Carissime amiche, carissimi amici, non abbiamo lasciato fuori dalla porta né la nostra città, né il nostro Paese, l’occidente e il mondo che sono nel quotidiano di ciascuno di noi. Per questo, come in precedenti occasioni, Vi chiedo la pazienza di accogliere alcune riflessioni che, senza la pretesa di esaurire l’analisi né di comporre una risposta, possono concorrere a ridefinire il baricentro del nostro ritrovarci e a orientare una rotta condivisa.
Sappiamo del generale deterioramento delle relazioni tra le persone, dell’avanzare di sistemi autoritari, di guerre e paure. Tutto concorre a tracciare i contorni della realtà percepita e a cercare, in affanno, risposte o, quanto meno, rassicurazioni. Molti protagonisti della politica locale e remota esprimono sistemi di valori e culture in cui non ci riconosciamo e il nostro giudizio su molti dei processi avviati negli ultimi anni è negativo. Anche nelle democrazie assistiamo a una progressiva cancellazione di ogni pretesa di dialogo, ad atti unilaterali, aggressivi, fuori misura. Chi “governa” comanda, senza troppe sfumature. Il disprezzo nei riguardi del dissenso, metodi prepotenti, mistificazione e propaganda sono le ricorrenti manifestazioni della pretesa di essere destinatari di una delega pressoché assoluta.
Già sappiamo che decisivi appuntamenti elettorali, comunali e nazionali, sono all’orizzonte mentre sembrano soffiare ancora i venti dell’indifferenza, della frustrazione e della rassegnazione che anche nella nostra città tengono lontano dalle urne più della metà degli aventi diritto al voto.
Non possiamo, però, accontentarci di ridurre l’arretramento della partecipazione al voto alla sola comunicazione dei social media, che pure ha avuto e continua ad avere un ruolo determinante nello sdoganare la violenza verbale e nel facilitare la diffusione di pseudo e post-verità. È necessario volgere l’attenzione alle concrete difficoltà di tanti e al loro bisogno di rappresentanza. Sullo sfondo di quotidiani bollettini di guerre c’è chi ha visto crescere la propria precarietà e messe in discussione le sicurezze sociali. Frastornati da una retorica che spinge all’accettazione della logica delle armi come ineluttabile a molti sembra verosimile, inarrestabile e imminente il tracollo delle ragioni stesse di civiltà, cultura e democrazia delle quali siamo eredi.
Ridare radici profonde alla “motivazione”
Dobbiamo porci qualche domanda autocritica sulle cause del venir meno di quella che possiamo chiamare “motivazione” al voto.
Il fondamento delle azioni alle quali più teniamo è la motivazione. Anche la decisione di andare a votare non può ridursi a un generico richiamo al senso del dovere civico. Liberiamoci, poi, dall’illusione che la stesura e l’annuncio di un “buon programma” possano bastare: per quanto necessari, sono troppi i cattivi esempi e nessuno si è mai stupito nel vedere programmi roboanti diventare “promesse” elettorali tradite.
Governo e amministrazioni locali sono chiamati ad affrontare richieste, situazioni, eventi e problemi che richiedono azioni non previste nei rispettivi programmi di mandato. Le stesse condizioni al contorno sono spesso nuove o imprevedibili. Sono, tuttavia, proprio le risposte a questi “imprevisti”, le modalità e lo stile con cui vengono affrontate a svelare la matrice politica profonda (dovrei dire ideologica) di chi governa o amministra. Sono stati decisi dall’attuale Governo aumenti delle risorse da destinare alle armi e delle accise affatto previste nel programma, non erano nel programma del Sindaco di Como la modifica dello Statuto del Comune (con la cancellazione delle Consulte), la chiusura di scuole e nidi, le privatizzazioni, l’abbattimento di alberi, l’aumento feroce delle tariffe della sosta, l’idea di sostituire una scuola con un autosilo, temi che riprenderò più avanti.
Scelte, azioni, stili e parole sono la manifestazione del pensiero politico. Gli uomini dell’ICE che negli USA sparano su cittadini inermi o prendono in ostaggio un bimbo di 5 anni sono l’espressione di una visione del potere, di un’idea di società, di una volontà politica.
Non solo gli obiettivi, ma anche le ragioni e i modi con i quali sono perseguiti, sono espressioni riconoscibili di una visione della società, di un modo di intendere le relazioni, di una concezione del potere, della democrazia, della funzione pubblica. Lo sguardo del disabile, dell’anziano, dell’immigrato, del giovane, di chi cerca casa o lavoro, di chi vuole avviare un’attività, del genitore sono essenziali alla costruzione della città di tutti. Ognuna di quelle condizioni appartiene a chi la vive, a chi la sperimenta nella propria quotidianità e nessuno può credere di potersele immaginare.
La varietà delle condizioni e la loro complessità non si prestano a semplificazioni. Il sarcasmo, oggi presente nel linguaggio dei potenti, scava fossati e non concorre a edificare comunità coese e corresponsabili. Nella nostra città la vita di molte persone è stata resa più complicata da scelte riguardanti scuole, nidi, parcheggi; alcune categorie di lavoratori si sono visti impoverite e precarizzate dal ricorso a contratti più sfavorevoli grazie al trasferimento ai privati; qualcuno ha dovuto andare ad abitare altrove. Osservando con attenzione le scelte di questi anni si rileva l’assenza di un qualsivoglia progetto di città, sia dal punto di vista urbanistico che culturale e sociale, con un misto di insipienza e indifferenza riguardo a temi scottanti come quelli della casa, dei servizi, della mobilità, della sicurezza sulle strade, degli spazi di aggregazione e relazione.
La reazione dei cittadini di Minneapolis alla protervia dell’ICE rende esplicito, più di tante parole, il tema della “motivazione”. Nella nostra realtà locale ne sono esempio le reazioni dei genitori alla soppressione/privatizzazione di servizi per l’infanzia come all’ipotesi di sopprimere una scuola per farci un posteggio a servizio dello stadio comunale o, più banalmente, al taglio di ciliegi …. Minneapolis e questi nostri concittadini hanno reso palese che ha ancora senso ricomporre spazi di solidarietà, di condivisione e di cura e porre un limite a chi pretende di aver diritto a un uso spregiudicato delle istituzioni nel disprezzo delle minoranze. Ai troppi disillusi non basterà indicare semplicemente nomi nuovi ; sarà necessario un quadro valoriale autentico e credibile capace di proclamare che è finito il tempo dell’autoreferenzialità impermeabile all’incontro, del disinteresse all’ascolto, dell’indisponibilità a facilitare una normale trasparenza, ad affermare, insomma, il primato del cittadino.
Parla ancora il messaggio che come Civitas – Progetto città scegliemmo quattro anni fa: “dall’abbandono alla cura” in alternativa a chi persegue la salvaguardia esclusiva degli interessi di alcuni. Urgente è anche rimotivare chi cerca sicurezza dopo il fallimento degli sceriffi: la strada maestra è darsi una mano a far uscire dalla penombra chi abita un mondo parallelo, illuminare le zone d’ombra perché ciascuna/o si senta riconosciuta/o come “cittadina/o” e se ne possa assumere doveri e diritti con la conseguente responsabilità nei confronti degli altri. La cittadinanza ci rende uguali.
Dalla resistenza alla profezia
Negli anni passati il nostro compito era di tenere accesa la lampada della cittadinanza nella navigazione notturna; ora ci aspetta un nuovo dinamismo per concorrere alla costruzione del futuro della nostra città e, più in generale, del Paese. La chiamata chiede motivazioni solide. Il nostro bagaglio raccoglie storie personali, studio, competenze e conoscenza del territorio, a disposizione di chi, come noi, volge lo sguardo al futuro. Consapevoli della gravità del momento, nei mesi scorsi abbiamo dato l’avvio ad una serie di incontri con persone significative per cogliere, anzitutto, una loro lettura della realtà locale e nazionale, preliminare ad ogni incontro strettamente politico. Senza entrare nel dettaglio, vale qui la pena solo di sottolineare forti risonanze, al di là di quanto ci si potesse aspettare. Questo percorso continua in queste settimane.
Radici e futuro
Mi permetto un inciso. Molti ignorano e taluni addirittura nascondono alcune radici di queste terre assolutamente in contrasto con la narrazione di una città conservatrice o addirittura reazionaria. È il caso di ribadirne, con fierezza, la memoria.
Penso a Paolo Carcano, più volte ministro nelle fila della sinistra, al quale si deve la legge del 1902 che porta il suo nome, messa a punto con il contributo di Anna Kuliscioff, che per la prima volta, definiva una disciplina igienico-sanitaria dei luoghi di lavoro e tutelava il lavoro minorile e femminile. Penso ad Aristide Bari, giornalista e propugnatore delle leghe operaie, promotore a Como della Cooperativa Edificatrice di Abitazioni per gli Operai, per “costruire e acquistare immobili destinati agli operai e alle loro famiglie“. Penso ad Achille Grandi, politico e sindacalista che nel ’43, con Di Vittorio e Buozzi, sottoscrisse il Patto di Roma per la ricostituzione della CGIL e fu fondatore delle ACLI. Penso a mons. Scalabrini, proclamato santo da papa Francesco, che fu instancabile promotore di iniziative per la tutela e protezione degli emigrati, definendo “mercanti di carne umana” coloro che speculano sulla loro disperazione. Penso, infine, a Giovannina Franchi, capace di dedicare sé stessa e i propri beni alla cura e all’assistenza di persone bisognose di aiuto, di donne con problemi di salute mentale, senza un alloggio o alla ricerca di un asilo sicuro, promotrice, infine, di una comunità di suore infermiere.
Como, poi, è stata per secoli una città con una forte connotazione manifatturiera. Occuparsi di impresa richiede di conoscerne le problematiche, oggi particolarmente complesse. Sviluppo e lavoro pretendono sempre maggiori competenze ma i dati di Unindustria segnalano una continua emorragia di giovani che qui si sono formati per poi portare intelligenza e saperi altrove. Ciò richiama la responsabilità della politica a scelte specifiche e coraggiose, senza le quale è difficile invertire questo trend. La permanenza o l’attrazione di giovani richiede che alle opportunità di formazione e lavoro siano affiancati servizi (nidi e scuole, anzitutto) e possibilità di trovare casa con canoni accessibili e, per chi lo vuole, avviare un progetto di famiglia.
Tra le finalità del nostro ritrovarci c’è la volontà di contribuire alla costruzione di una prospettiva nuova, per la città e per chi la abita, senza ignorarne contraddizioni, tensioni e conflitti.
La città ha urgenza di una guida intelligente, plurale e sensibile, capace di indicare la rotta, di mettere in cantiere azione per ridurre lo squilibrio tra centro e quartieri e di assicurare un’efficiente disponibilità e distribuzione di servizi. Il bilancio sociale di questi ultimi anni non raggiunge la sufficienza per quanto attiene al sostegno all’abitare, alla genitorialità, alla disabilità, per non parlare delle molteplici fragilità di chi, per qualsiasi motivo, non può reggere il ritmo. Si fatica a trovare contributi all’insediamento di nuove attività economiche, a progetti di sviluppo socialmente e ambientalmente sostenibile.
È pressoché assente un’efficace interazione con l’università e i suoi attori, docenti e studenti, (a parte l’ipotesi di un nuovo “studentato” da annoverare tra gli “annunci”) proprio mentre la formazione è risorsa primaria per le sfide del mercato del lavoro e delle novità tecnologiche.
La complessità esige sintesi comprensibili, risposte ordinate, progetti realizzabili in tempi ragionevoli e condivisi: altra cosa è una città spaccata in due tra chi se la cava e chi arranca. È essenziale, per una comunità, riconoscere un riferimento condiviso nella cittadinanza piena e compiuta per tutti, con politiche per le persone e le famiglie e servizi offerti come diritto e non come concessione, con un riuso intelligente del patrimonio comunale e dello spazio urbano. Ciò significa rigenerazione di luoghi abbandonati, in un disegno organico complessivo che proponga la valorizzazione e la salvaguardia di quel patrimonio condiviso che è lo spazio pubblico.
La nostra presenza
Il sito internet di Civitas-Como raccoglie tutti i nostri interventi (una media di due al mese nell’anno 2025) che consentono di riconoscere una linea di analisi e di proposta politica. Sono, questi, anni segnati da lacerazioni, contrasti e contraddizioni e anche la nostra città ha sperimentato lo stile di un governo locale indisponibile al dialogo, perfino con le rappresentanze elette, che ha accantonato il mondo associativo e i diversi portatori di interesse, con modalità praticate anche da leader di democrazie occidentali. L’Amministrazione ha innalzato una barriera ingiustificabile e immotivata addirittura per gli strumenti della trasparenza e per la possibilità di accedere rapidamente e senza costi agli atti ufficiali. L’autoreferenzialità si è aggiunta all’autosufficienza del gruppo che fa capo al sindaco e ciò ha reso impossibile declinare risposte partecipate, efficaci e adeguate ai bisogni.
- Mi limito a due esempi che rendono chiaro questo ostinato esercizio dell’autosufficienza:
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- Il primo riguarda gli interventi sullo Stadio Sinigaglia, del quale sono noti e condivisi limiti, problematiche strutturali e necessità di interventi per la sicurezza resi impellenti dalla militanza della squadra comasca nella massima divisione. L’amministrazione è stata chiamata a rispondere a un’iniziativa della società Calcio Como 1907, concessionaria, immediatamente sostenuta dagli appassionati. La collocazione della struttura comunale che ne caratterizza l’unicità pone problematiche urbanistiche, di accessibilità e di sicurezza. Di fronte a tali complessità e nel rispetto delle legittime aspettative di tutti i portatori di interesse, dalla cittadinanza ai potenziali investitori privati, il dibattito pubblico è stato e rimane surreale, cresciuto sul “sentito dire” per decisione, da noi criticata, di secretare il progetto. Ciò ha generato i soliti schieramenti semplificanti di contrari e favorevoli, con reazioni talora irrazionali, livore e sospetti, amici e nemici. Ancora oggi è avvolta nel non detto l’annunciata chiusura della scuola primaria di via Sinigaglia mentre sullo sfondo si discute della realizzazione di un autosilo funzionale dello stadio.
- Il secondo esempio è la modifica dello Statuto Comunale. Salvo casi esplicitamente richiesti da adeguamenti normativi, ogni cambiamento dello Statuto Comunale, così come della Costituzione a livello nazionale, vorrebbe un consenso ampio e genuinamente plurale. Appare inaccettabile ogni forzatura da parte di una maggioranza relativa assicurata da leggi elettorali “maggioritarie”. Il cambiamento inaccettabile riguarda l’art. 10 dello Statuto comunale. Esso titolava “Rapporti tra comune e associazioni private” e prevedeva e normava l’istituzione di “Consulte” e di un “Registro delle associazioni”. L’articolo modificato è stato rinominato “Rapporti tra comune e enti del terzo settore”. Il nuovo testo cancella sia le “Consulte” sia il “Registro delle associazioni” per tratteggiare la possibilità di “attivazione di procedimenti di co-programmazione, co-progettazione”, “l’accreditamento” e “la sottoscrizione di convenzioni”, in funzione della semplificazione di quei processi di privatizzazione che hanno, talora, ottenuto il triste risultato di promuovere lavoro povero e volontariato sostitutivo. Il mondo associativo non interessa. Per l’Amministrazione di Como non esiste.
- Erano i primi giorni del 2016, esattamente dieci anni fa, quando gli uffici del settore ambiente del comune, con me assessore, congedarono l’impresa che aveva portato a termine oltre il 90% della bonifica dell’area ex-Ticosa e definirono contorni e costi delle opere necessarie per la quota restante, inopinatamente scoperta piena di materiali da rimuovere (probabilmente di riporto) che sono tutt’oggi lì dov’erano. Quell’area è una vera singolarità urbanistica ma per l’assoluta mancanza di un progetto credibile da parte delle due amministrazioni che hanno fatto seguito a quella guidata da Mario Lucini, è rimasta sostanzialmente in stand-by: ci auguriamo che allo scadere di questa amministrazione si possa definitivamente archiviare la sconcertante idea di consegnare quell’enorme area pubblica a un soggetto privato per realizzarvi un parcheggio. Sarebbe imperdonabile, dopo tanti anni, rinunciare alla concreta opportunità di realizzare in quest’area pubblica servizi da tempo invocati. Anche in questa vicenda pesa come un macigno l’autoreferenzialità di chi amministra con caparbia supponenza, indisponibile a un confronto serio, disinteressato e costruttivo anche sui temi urbanistici e della mobilità, ostinatamente determinato a subordinare quell’area a scelte estemporanee, senza visione e piegate all’interesse di pochi.
- Abbiamo preso atto delle sentenze del TAR in risposta alle istanze di gruppi di cittadini che si sono opposti alla chiusura di scuole, anche queste decise senza un ascolto e senza prendere in considerazione ipotesi alternative di utilizzo degli spazi eventualmente disponibili. Ma da un’amministrazione che cancella le Consulte delle associazioni non ci si può attendere un sostegno e una promozione delle loro libere realtà e, tanto meno, la messa a disposizione di spazi pubblici. L’individualismo autoreferenziale ignora cosa sia un “reddito sociale”.
- Abbiamo più volte ripreso i temi della disabilità, una condizione, permanente o temporanea, che riguarda tutti noi direttamente o indirettamente. Incuria e indifferenza rendono insicura e problematica la mobilità e la sicurezza di molti cittadini. Alle ripetute segnalazioni e richieste di intervento hanno per lo più fatto seguito risposte elusive e nessun provvedimento efficace. Del resto è improbabile incontrare agenti della polizia locale in una città dai troppi marciapiedi ostruiti o impraticabili e non solo dalle persone con disabilità. La mancanza di risposte segue all’assenza di progettualità sociale e dalla ostinata indisponibilità all’incontro e all’ascolto.
- La città del lavoro stagionale e degli affitti inaccessibili attende gli esiti delle vendite in programma, compreso l’immobile di via Sacco e Vanzetti, la cui destinazione originaria era rispondere alle emergenze abitative di cittadini comaschi. Il tema dell’abitare è critico anche per parte del ceto medio e impiegatizio nell’indifferenza dell’amministrazione. Sono conosciuti il venir meno dei fondi per il cosiddetto “sostegno affitti” e la rendita promettente che ha suggerito di trasferire alloggi al pianeta degli affitti brevi. Non ci risultano nemmeno strategie per governare il turismo, con guadagni per alcuni e un riflesso di lavoro povero e discontinuo per figure minori necessarie al sistema. Dinanzi all’impennata delle entrate da “tassa di soggiorno” (superiore ai 5 milioni di euro) ci si chiede perché non sia in agenda un piano di investimenti in edilizia residenziale pubblica.
- Con piacere ed entusiasmo nel gennaio scorso anno abbiamo sottoscritto un rapporto di collaborazione con l’associazione “Prospettiva 2023” di Arese. Abbiamo faticato a tener il ritmo di questi nostri partner, dinamici e determinati ma non abbiamo abbandonato l’impegno a condividere una cultura politica aperta, fondata sulla cittadinanza attiva e sulla partecipazione.
- Stiamo, infine, considerando l’eventualità di sostenere un’iniziativa che vuole porre a tema la partecipazione dei più giovani, accompagnando il progetto di un giovane che ha vissuto l’anno passato alla Cittadella della Pace di Rondine (AR). Ne riparleremo.
Conclusioni
Nelle prossime settimane completeremo gli incontri con altre persone significative o portatrici di competenze ed esperienze, interpreti di realtà diverse e con gli interlocutori politici disponibili a dialogare con noi. Continueremo ad essere prossimi a tutti coloro che alimentano il dibattito pubblico e prospettano un modo diverso di gestire i beni di tutti.
Cercheremo di concorrere a dare “motivazione” a chi, assorbito dalla lotta per il suo quotidiano, necessita di poter credere che il suo contributo non sarà “usato”, che la sua partecipazione, anche da lontano e col voto, è necessaria per alimentare una politica di servizio e non di potere.
Si dovrà ricostruire sulle macerie lasciate da chi oggi “comanda” e ci sarà bisogno di donne e uomini in grado di rappresentarci, capaci di dialogare e ricostruire coesione sociale cambiando drasticamente rotta. Democrazia e inclusione procedono sulle nostre gambe, parlano con le nostre parole e si esprimono nelle nostre azioni.
La nostra Associazione, Civitas – Progetto città, è ciò che ognuno è disposto a mettere liberamente e disinteressatamente a disposizione in tempo, intelligenza, competenza e passione. L’invito è pressante. Le porte sono aperte.
A ciascuno dei soci, ai simpatizzanti e sostenitori, a chi ci segue e ci accompagna, a tutti voi che avete voluto essere qui oggi, ai media locali che danno spazio al nostro pensiero va il grazie sincero del direttivo di Civitas – Progetto città e mio personale.