La Grande Como – Il futuro è anche nella forza della città territoriale.

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La Grande Como – Il futuro è anche nella forza della città territoriale.

La politica delle pubbliche amministrazioni locali, al di là delle contingenze quotidiane, dovrebbe essere lungimirante, cioè capace di guardare più lontano del presente e prefigurare possibili innovazioni e cambiamenti che spesso la realtà stessa anticipa e mette in movimento.

Nel 1927, con notevole lungimiranza, la città di Lecco fu tra le prime in Lombardia ad ampliare i propri confini comunali fino ad estenderli a tutta la conca geografica che conforma l’anfiteatro morenico tra la Valsassina, il Monte Resegone e il fiume Adda.

Fu così unificata al centro di Lecco la corona di paesi che comprende Rancio, Bonacina, Acquate, Germanedo, Belledo, Pescarenico e Maggianico, che costituiscono un territorio policentrico, ma omogeneo e conforme a quella che fu la effettiva espansione urbanistica della città nei decenni successivi fino ad oggi.

Anche Como in quegli anni arrivò a includere alcuni dei borghi situati lungo le direttrici nord/sud, saturando progressivamente le aree libere intercluse con tutte le funzioni urbane che hanno definito la città del ‘900.

Nel vicino Canton Ticino, l’anno scorso il Comune di Mendrisio ha incorporato i Comuni di Salorino, Arzo, Capolago, Genestrerio, Rancate e Tremona, arrivando a circa 12.000 abitanti, con obiettivo di gestire in modo più efficiente le economie di scala di un territorio nel quale, di fatto, le relazioni tra attività economiche, abitanti e servizi pubblici avevano già raggiunto una situazione di integrazione costante e oggettiva.

Oggi, in un’area così densamente abitata come quella comasca, immaginare un territorio comunale allargato ad altri 6-8 Comuni ha il senso finalmente lungimirante di consentire la formazione e la gestione di un vasto piano territoriale di sviluppo e di controllo urbanistico, in cui le priorità infrastrutturali e il sistema dei servizi pubblici potrebbero essere ottimizzati e valorizzati con grandi vantaggi economici e qualitativi.

Del resto a Como è forse giunto il momento di prendere atto dell’esistenza di una situazione nella quale si è già costituita una comunità urbana allargata e fortemente interconnessa, di circa 110-120.000 abitanti, in cui i flussi di persone e di scambi quotidiani sono già oggi intensi, costanti e definitivi.

Certo che, dopo le esperienze amministrative della città di Como di questi ultimi anni, che – ad eccezione del grande lavoro sulla città svolto dalla Amministrazione Lucini – non si possono affatto definire positive e lungimiranti, può essere comprensibile che sorgano dubbi e resistenze ad una unificazione amministrativa sotto l’egida del Comune di Como, ma questi dubbi non devono essere alibi per giustificare piccoli campanilismi locali: l’allargamento della base elettorale porterebbe in Consiglio Comunale nuove energie e anche nuovi candidati alle cariche pubbliche, e i piccoli Comuni confinanti diverrebbero vere e utili Circoscrizioni Comunali, operanti e rappresentative delle proprie identità storiche in una prospettiva metropolitana comune proiettata verso il futuro.

E’ evidente che unire le forze, gli interessi e le capacità in un progetto comune, è davvero un programma sano e intelligente che porrebbe il territorio comasco in una posizione di maggiore forza anche di fronte alle altre istituzioni territoriali di Provincia e Regione.

La Grande Como è una proposta che sarebbe molto appropriata in un dibattito politico nazionale e regionale, che si riempie la bocca di slogan e di parole come Federalismo e Sussidiarietà, ma in genere non sa rinunciare a qualche piccola e modesta autonomia locale per andare davvero, con coraggio, verso la attuazione di principi che potrebbero cambiare il sistema della pubblica amministrazione locale.

Ritengo che la idea di una Grande Como sia da considerare importante, anche perché controcorrente rispetto alle tutte le penose tendenze centrifughe e sprecone che chiedono la costituzione di nuove Provincie a nord e a sud della penisola, la cui necessità sociale e amministrativa è assolutamente discutibile, e in evidente contrasto con tutti quei fastidiosi e ipocriti slogan di “Buongoverno” sentiti in questi  ultimi decenni di bassa politica nazionale.

Con il risultato di frammentare ancora di più i territori locali e di allontanare i cittadini dalla politica (che sia questo il vero obiettivo?), quella che dovrebbe invece tornare ad essere la Poleis, il fatto collettivo fondamentale e positivo della vita civile della nostra Repubblica.

 

Ado Franchini

Architetto