Como città d’Arte

13Mar

Como città d’Arte

Negli ultimi anni si è parlato spesso di soluzioni originali per la Cultura.
Tra tutti la valorizzazione di Villa Olmo e a ruota dei Musei Civici e del Tempio Voltiano.
C’è chi ha paventato la panacea nello strumento della fondazione, come se all’improvviso arrivassero privati disposti a finanziare l’iniziativa.
Chi ha un minimo di polso sa bene che non è così facile e di fatto sarebbe sempre il comune a dover mettere i principali finanziamenti, come però è naturale che sia.
Di fronte a questo tema sono quasi trent’anni che si gira attorno a problemi che a suo tempo si pensò, forse ingenuamente, che la Legge Ronchey potesse risolvere.
La pandemia ha mostrato tutta la fragilità della Como turistica con moltissime persone che vivono in una sorta di quiescenza lavorativa. Finché non c’è l’afflusso di turisti è chiaro che non sarà facile tornare come prima.
Ma questo ci mette nella condizione di poter ragionare su quale tipo di turismo serve a Como.
Abbiamo una serie di esercizi commerciali che al momento sono in sofferenza, un indotto che va dal commercio alla ristorazione al settore alberghiero a quello delle guide turistiche.
Può una città con la storia di Como puntare tutto solo sul lago come ha fatto in passato?
O meglio, se non si puntasse solo sul lago, tutti questi attori che vivono del turismo che arriva in città, avrebbero giovamento? Si può immaginare di fare business anche in bassa stagione? Si può pensare di farlo organizzando non solo eventi, ma reali percorsi che non consistano solo nel far vagare per la città murata i visitatori? Servirebbe rilanciare l’immagine della città che non è solo la banchina sul lago, ma per farlo serve avere invece luoghi che non si possono non visitare, perché c’è stata una chiara scelta politica di rendere questi spazi di “tendenza” cioè interessanti e attrattivi. Occorre quindi immaginare una valorizzazione permanente che porti nuovo e concreto indotto, senza concentrarsi solo su eventi effimeri.

C’è dunque da chiedersi sul come facciamo a creare interesse su luoghi che non sono noti.  Già questo alone di mistero potrebbe incuriosire.  La verità è che forse non si è mai fatta una riflessione a riguardo.

La promozione del nostro patrimonio al di fuori della città, ma anche presso i nostri stessi cittadini, in che cosa consiste? Pochissimi potrebbero rispondere.
Oggi non può più bastare solo un sito del Comune come visitcomo. Il video collegato su youtube ha circa 10.000 visualizzazione dopo cinque anni che è caricato, mentre il video del canale “In viaggio col tubo” ne ha fatti 23.000 in due anni. È chiaro che le azioni in questo senso non possono essere fatti senza una visione. Le cose attorno a noi si
evolvono e bisogna che anche le istituzioni non restino ferme.
Poche città d’arte di provincia hanno l’offerta che Como ha nel suo centro storico e che non viene sfruttata.
La locuzione “centro commerciale naturale” usata da alcuni a sproposito, è poco rispettosa di chi ci lavora e di chi vive in città, perché quella è Como coi suoi duemila anni di Storia.

Il fatto è che non c’è stata nessuna politica di marketing per far conoscere fuori e in città la nostra identità e la nostra memoria.
La possibilità di vedere una sezione egizia senza dover andare fino a Torino è una grande opportunità.
Vedere l’arte del novecento andando in Pinacoteca senza spostarsi dal centro è possibile.
Quindi perché in tanti poi dicono “ma sono opere minori” oppure “io non ci sono mai entrato”?
Perché in una logica del secolo scorso vige ancora l’idea che mettere in mostra nei manifesti e nelle campagne di immagine ciò che c’è nel museo, spinga la gente a non andare a visitarlo.
Questo può essere vero per un museo nuovo, ma per percorsi storicizzati come i nostri, forse varrebbe la pena tentare.
Del resto l’orizzonte turistico di Como a livello di politiche attrattive per quanto riguarda il lago si è esaurito.              Serve un rilancio del centro storico come attrattore turistico.
Perché dobbiamo avere una alternativa valida di intrattenimento per le giornate di pioggia, ma serve un racconto diverso della città. Un racconto che non c’è mai stato. Como è sempre stata la città della seta o la città dei battelli, ma può essere anche altro.
L’idea che “la Como romana” sia qualcosa di “altro” è un problema. Se si vuole incrementare l’attrattività della città serve innanzitutto valorizzare i siti e promuoverne la visita. Dalle terme romane in viale Lecco a Porta Pretoria sotto il livello stradale a pochi metri da Porta Torre alla villa romana dietro l’asilo di via Zezio se fossimo un’altra città sarebbero integrate in un percorso con personale a controllare i biglietti, ma si sarebbe anche fatta promozione.
Alcune realtà importanti di tipo museale sono da sempre un’occasione formativa per gli studenti, qualcosa di irrinunciabile.

In molte città turistiche si va a creare una cesura tra la città per i visitatori e quella dei cittadini. Una delle nostre mancanze è che i cittadini ignorano ciò che c’è in città e quindi è considerato normale che non ci siano turisti interessati al nostro patrimonio.
Pensiamo ancora allo stallo in cui versa l’esposizione delle monete romane rinvenute in centro città.

          

 

La politica non crede nel valore del proprio patrimonio culturale, perché prima di tutto non lo conosce, ma questa è poi esattamente la stessa condizione dei cittadini. E così, come il gatto che si morde la coda, anche le guide turistiche, forse anche giustificate visto il clima che si è andato a create, si sono troppo spesso concentrate a far visitare la città con una rapido giro del centro storico e poi portare i gruppi in battello. Perché quello chiede il grande turismo mainstream, che è assolutamente necessario che ci sia, ma forse si può immaginare anche di guidarlo in una certa misura, verso itinerari nuovi e sottovalutati.
La pandemia ci insegna che tutto questo però non può bastare per il futuro, serve cambiare direzione, investire nella promozione interna ed esterna, valorizzare le risorse umane e i beni culturali.

La città ha molto da raccontare, dalle sue origini romane, al Medioevo al Rinascimento, fino alla rinascita nella  modernità, da Alessandro Volta al Razionalismo, da Sant’Elia e Terragni agli astrattisti comaschi.
Bisogna raccontare la storia per i comaschi e per chi non lo è:  iniziare un percorso di divulgazione popolare e mediatica se vogliamo dare nuova linfa alla città e rendere il turismo culturale un elemento strutturale e non solo un a serie di frasi fatte buone per incontri più di propaganda che di sostanza.